ESPERIENZE DI PREMORTE, COSCIENZA, EVENTI


Anam il Senzanome, H. Matisse – La danza da: https://www.flickr.com/photos/ilsenzanomeanam/21549908724
Partendo dalle esperienze di premorte, si procederà ad indagare su cosa è che avvertiamo come il nostro sé. Tu e io vogliamo sapere se esistiamo, se un qualcosa che percepiamo come sé sopravviverà al corpo che sentiamo appartenerci e contestualmente formarci. Ci addentreremo nei meandri di un’indagine scientifica riguardante la coscienza; condurremo un’analisi funzionale del nostro cervello e della “natura” delle esperienze extracorporee. “Reali” oppure “illusorie”. Sempre che si possa parlare di realtà e illusione come di due differenti ambiti. Vedremo tante posizioni e collocheremo le nostre.
Conoscenze scientifiche e relativi accenni alle connesse questioni filosofiche, sociologiche ed individuali ci guideranno in questa foresta viva. Nuove interpretazioni. Nuove letture. Nuove prospettive. Forse, più di tutto, a spingerci in questa indagine è proprio l’esigenza di darci una direzione. Un nuovo paradigma di vita oltre la morte tramite cui agire nel presente; un paradigma e un agire che non può prescindere dalle conoscenze del presente.
C’è un proverbio che riecheggia dappertutto. Ogni cosa ha tre facce: una che vedo io, una che vedi tu e una che nessuno di noi due vede. Almeno 3; se poi saranno 11, 12 o altro, lo si vedrà strada facendo.
Non è stata utilizzata l’IA, non perché non sarebbe stata utile al testo, ma perché in questo caso non sarebbe stato utile all’essere umano che scrive, né a quello che legge. Troverai ciò che cerchi: alcune risposte atte a comprenderti oggi, altre risposte per comprenderti in futuro.
In questa indagine si inizierà parlando di esperienze di premorte, successivamente il focus si sposterà sul concetto di coscienza. Le due tematiche sono inscindibili. Non si può parlare di esperienza di premorte senza un soggetto cosciente che ne abbia fatto esperienza. Se però riguardo alle esperienze di premorte il problema concerne la loro effettiva sussistenza, nel senso di ritenerle effettive esperienze soggettive avvenute al di fuori del corpo del soggetto medesimo, all’opposto la coscienza ci appare come una evidenza indubitabile e su cui si indaga al fine di comprenderne la genesi e le eventuali trasformazioni. Così, sulle esperienze di premorte aleggia il dubbio che siano delle specie di allucinazioni dovute ad un qualche inganno o fallace meccanismo cerebrale che accade in determinate ed estreme situazioni; mentre la coscienza invece appare come un’ovvietà, la diamo per scontata in quanto ci percepiamo come individui che agiscono: io scrivo e ora tu leggi. La diamo per scontata per il fatto stesso che pensiamo. Il percepire e il percepirci ci sono dati come evidenze. Almeno al presente. L’espressione che Cartesio usò non più di quattro o cinque volte nei suoi scritti è così sorprendentemente diffusa (lo sarebbe anche per lui) perché è così intuitivamente “vera”, “toccabile” e confortante: cogito ergo sum.
Dare per scontato un qualcosa non significa però che quel qualcosa esista o che accade così come ci appare. Io sono seduto davanti ad un pc, tu stai leggendo. Entrambi nel momento in cui facciamo un qualcosa ne abbiamo consapevolezza. Ci ragioniamo, e nel pensare, e nel pensarci, non possiamo fare a meno che porre il soggetto alla base di quell’azione. È la stessa grammatica che ce lo impone. La grammatica cambia con le lingue parlate dai differenti gruppi umani, ma tutte presentano una prima persona soggetto. Tutto ci porta a parlare di coscienza. In proposito, vedremo quel che ci dice l’attuale ricerca in campi come la neurologia e la biologia evolutiva; vedremo alcune teorie afferenti alla fisica quantistica e a quant’altro di attinente su questo tema. Ciò che emerge è che le esperienze di premorte e la coscienza sono due concetti indissolubilmente legati, come lo sono le loro problematiche e conseguenze. Più di quanto si sia portati a credere indipendentemente dal ritenere le esperienze di premorte come vere o false.
Ma che cos’è effettivamente la coscienza? Ne possiamo parlare in mille modi, e così faremo. Oggigiorno, il sistema migliore escogitato dall’umanità per trovare un punto di vista che sia terreno comune tra gli esseri umani è la scienza. A sua volta, però, per scienza si possono intendere miriadi di cose diverse. Tuttavia, la scienza moderna ha un elemento caratterizzante che la rende diversa da ogni altro tipo di indagine umana razionalmente perseguita: il suo metodo. Per definirsi scientifico, il metodo di indagine deve essere fondamentalmente basato sull’esperimento e sulla riproducibilità di quell’esperimento (in qualsiasi ambito). La riproducibilità dell’esperimento è fondamentale, altrimenti tutto ricadrebbe nella sfera della logica ed in tal caso non ci sarebbe granché di diverso tra la scienza e qualsiasi altra branchia del sapere umano. Gli esseri umani agiscono in funzione di una parvenza di logicità, anche se molti studi ci dimostrano come in fin dei conti nell’agire umano di logicità non ve n’è traccia. Ma all’apparenza sì. Gli esperimenti invece rispondono alla “realtà”. Però, si badi bene, molto spesso (più di quanto si creda) gli esperimenti non sono delle finestre neutre sul mondo atte a volerlo semplicemente comprendere; molto spesso gli esperimenti si basano su alcune convinzioni che si vogliono dimostrare. Di conseguenza, da un lato gli esperimenti sono terreno fertile per esercitare una certa oggettività che si riferisce al piano “trasversale” della realtà tra esseri dotati di stesse percezioni, dall’altro lato però gli esperimenti vengono svolti proprio per confermare una convinzione precedente all’esperimento stesso. Per questo l’esperimento deve essere riproducibile. In questo modo, sebbene conservi le sue debolezze, dà la possibilità di alzare sempre più le difese proprio contro le nostre stesse convinzioni. Altrimenti se ogni esperimento fosse un unicum, il rischio di cadere in tautologie o in spiegazioni dal sapore dogmatico sarebbe assai elevato. D’altronde, ogni asserzione dogmatica può costruirsi il proprio esperimento all’interno di un sistema dotato di una certa coerenza atta a confermarla.
Non è casuale che la scienza base per eccellenza sia la fisica, ovvero la scienza che indaga per l’appunto il campo fisico e che più di ogni altra, quindi, si presta a concepire esperimenti fisici riproducibili. Almeno così possiamo affermare a posteriori. Proprio per questo, la fisica è fondamentalmente una scienza sperimentale. È stupefacente ammirare come il successo del suo metodo di indagine l’ha portata ad indagare e a descrivere cose né tangibili né precedentemente ipotizzabili e verificabili. Prendi per esempio l’indagine fisica relativa al mondo atomico, ovvero l’indagine per eccellenza che ha costruito il nostro modo di concepire la realtà.
Da un punto di vista umano, questo modo di procedere attraverso la prova sperimentale non è però concettualmente dissimile da quello che in passato aveva portato, per esempio, allo sviluppo e al continuo miglioramento dell’agricoltura e della strumentazione tecnologica a seconda dei contesti geografici e culturali. Né tanto meno è un modo di procedere diverso da quello della indagine sulla stregoneria o dell’elaborazione delle pozioni magiche. Anche la caccia alle streghe in Occidente, durante il XVII secolo, aveva una sua scientificità: i manuali per riconoscerle erano dettagliati. Così come lo è il principio della reincarnazione del buddismo lamaista tibetano.
I testi sacri del buddhismo tibetano danno informazioni e procedure concrete su come indagare e ricercare le anime che “rinascono”. Sono una risposta. A noi piacciono, ma noi non ci siamo formati in Tibet all’epoca in cui quei testi smuovevano l’intera (o la gran parte) della società tibetana. Le loro diramazioni mentali ci appartengono come specie, ci toccano come specie; ma sono altre le risposte che ci toccano come individui. Come direbbe Heidegger, ognuno di noi altro non è che un progetto di vita in un determinato tempo e spazio, in un determinato contesto. Quelle risposte che provengono da un brodo sociale diverso dal nostro, che seppur formante un più ampio brodo-legame umano a cui apparteniamo, non ci hanno “inondato” come il contesto-brodo in cui siamo nati, sviluppati e in cui continuiamo ad essere “immersi”. Il dove è fisicamente importante. Quelle risposte che vengono da lontano ci lasciano il retrogusto del volersi aggrappare con forza a qualche cosa in cui voler credere. Forse tutto è così. Tuttavia in certi ambiti questo retrogusto svanisce in altri sapori decisamente prevalenti. Magari non positivi. Magari ci lasciano un retrogusto di tristezza, delusione, sconforto. Oppure di esaltazione e di soddisfazione per avere compreso una minima parte di un meccanismo ben più grande che si lascia intravedere da lontano e che non è frutto del nostro volersi aggrappare forzatamente a qualche cosa. Quest’ultimo oggigiorno è l’ambito “scientifico”. Qua, seppur nella delusione che a volte trasmette, e seppur nella consapevolezza che sia ambito contingente e particolare, si ha la sensazione che lo sforzo fatto sia valso la pena pur costituendo un solo minimo passo in avanti verso una destinazione lontana. È valsa la consapevolezza di far parte del cammino. Qua, noi abbiamo bisogno di risposte che confluiscono in un tutto dove trovino una spiegazione coerente con tutto il resto, comprese le prospettive buddiste tibetane e di qualsiasi altra natura. Noi abbiamo bisogno di una risposta che sia comprensibile all’interno del contesto sociale in cui ci siamo formati e di cui si fa ora parte, allo stesso tempo vogliamo una risposta che appartenga ad un quadro coerente che motivi e illustri tutte le altre risposte provenienti da ogni altro contesto. È questa continua costruzione di coerenza tra tutti gli ambiti che attraversiamo e tocchiamo che rende oggi la visione scientifica così potente al confronto di ogni altra visione. Ovviamente una visione è al singolare, ma la sua “essenza” è plurale. Vale per tutto e per tutte. La visione scientifica in questo momento si dimostra avere una maggiore coerenza e penetrazione del “reale” rispetto a qualsiasi altra visione religiosa, spirituale, razionale e altro che pur in qualche modo conserva in sé. Per noi, ne è prova l’impetuoso sviluppo tecnologico che ha prodotto; cosa che sta a dimostrazione di una sua maggiore padronanza sulla “realtà” rispetto a qualsiasi altra visione-guida del genere umano. In questo frammento di presente. Non che “questa padronanza sulla realtà” voglia essere prova di una maggiore produzione di “felicità individuale”. Tuttavia, se lo strumento tecnico è pur sempre uno strumento sociale (citazione da Offner 1996), allora anche questa maggiore produzione tecnica dimostra una maggiore padronanza della realtà da parte dell’uomo, testimoniando così un approccio più “attinente” al “vero” anche dal punto di vista delle dinamiche sociali e quindi non solo tecniche. Questo, se vogliamo dividere la realtà in compartimenti stagno al fine di studiarla meglio.
La riproducibilità dell’esperimento però non basta a comprendere la travolgente innovazione innescata dal metodo scientifico. Anche nell’elaborazione di “pozioni” magiche si procedeva selezionando gli ingredienti e i rituali che all’atto pratico sembravano avere maggior successo. Si tratta di un approccio razionale universalmente diffuso in ambito umano, o almeno così ci pare di vedere da quando abbiamo evidenze di cultura umana. Un approccio razionale forse tipicamente consono alla natura della mente e del cervello umano. Intendendo in questo caso per essere umano una “fase di passaggio” tra le innumerevoli “fasi”, “varianti” e “strade” che la vita spinge a creare. Una “fase” tra le innumerevoli forme di esseri viventi in continua e legata evoluzione, seppur in maniera ramificata e intrecciata. Questo approccio razionale non è ancora il metodo sperimentale proprio della scienza. Perché? Perché manca qualcosa che può sembrare banale ma che è fondamentale: la scelta di una unità di misura in riferimento a ciò che si vuole indagare. È qua che la prova sperimentale e l’esperimento riproducibile acquistano una ancor più grande significatività. L’unità di misura. Il fisico Walter Lewis ci insegna che in ogni scienza moderna, in ogni studio che voglia definirsi scientifico, la cosa più importante è scegliere con cura l’unità di misura: “le misure e la loro incertezza sono al cuore di qualsiasi esperimento, di ogni scoperta. Anche i maggiori progressi teorici della fisica nascono come previsioni sui valori delle grandezze che possiamo misurare. (…) E, aspetto altrettanto importante, non esistono misure significative senza le loro incertezze.” (Lewin 2013, p.39)
Se vogliamo studiare la coscienza in maniera scientifica, diventa quindi fondamentale oltre che partire da un oggetto ben definito (o quanto più ben definito possibile) avere anche una unità di misura/misurazione che sia propria per indagare quel determinato oggetto/ambito. La Scolastica medievale affrontava la questione dell’anima e di Dio in maniera estremamente logica. Paradossalmente è proprio a partire dal Rinascimento che l’indagine intellettuale-filosofica sulla natura di Dio si estremizza, da qui il maggior numero di “falò” per dirimere le questioni. Ma la Scolastica medievale non aveva generato l’idea di un’unità di misura definita per i suoi campi di indagine. Cosa che rende quelle indagini filosofiche-speculative non ancora scientifiche sebbene soggiacenti alla scienza medesima.
L’unità di misura è fondamentale ed è legata a ciò che si vuole indagare. Nasce per delimitare ed indagare un qualche oggetto e ambito, ma paradossalmente finisce per determinarne la sua essenza (almeno dal punto di vista di chi indaga). Nonostante ciò, di norma prima scegliamo e definiamo cosa indagare e poi cerchiamo un’unità di misura adeguata. Seguendo il neuroscienziato Anil Seth, possiamo definire la coscienza come “ogni tipo di esperienza soggettiva quale che sia” (Seth 2023, p.26). Questa definizione che nella sua semplicità sfiora la banalità, ed è un bene, ci permette di accettare che la coscienza riguardi soprattutto la fenomenologia. Cosa che ci permette quindi di indagarla. È grazie a questo approccio fenomenologico che Seth può quindi proporre una serie di possibili unità di misura tramite cui studiare la coscienza (le vedremo più avanti). Questo approccio ha avuto una lunga gestazione e vedremo come si è sviluppato nel tempo seguendo più filoni di indagine.
Ad ogni modo, questi due passi, definizione dell’oggetto di indagine e scelta di un’unità di misura, sono fondamentali per condurre uno studio scientifico sulla coscienza. Nella nostra società l’indagine scientifica è fondamentale per cercare risposte su argomenti che ci premono particolarmente. Cercare risposte non vuol dire trovarle, ma una risposta che non abbia un approccio scientifico vale per noi molto meno (ma molto meno) rispetto al tracciare un sentiero di indagine attraverso un paradigma scientifico sebbene quest’ultimo al momento non porti ad una risposta “certa”. Quel “sentiero” ci soddisfa più di una possibile risposta non-scientifica perché ci “regala” la sensazione che la strada percorsa fino a quel punto è stata corretta all’interno di un paradigma riconosciuto socialmente e che in qualche modo fornisce risposte coerenti con tutto il resto. Si tratta per l’appunto di una situazione che nasce dal “brodo” sociale in cui siamo immersi. Noi siamo quello che siamo, compresi i nostri continui cambiamenti, perché siamo qua. Noi siamo il contesto dove siamo immersi. Se la coscienza possa essere qualcosa che trascenda il contesto, lo proveremo ad indagare.
Ma allo studio della coscienza siamo arrivati partendo dall’indagine sulle esperienze di premorte. Sono queste ultime che ci hanno “smosso” l’interesse. Sono state le emozioni da loro suscitate a spingerci verso questa indagine. “Emozione” dal francese émotion derivato di émouvoir, “mettere in movimento”, che a sua volta affonda le radici nel verbo latino emovere, il quale letteralmente per l’appunto significa “scuotere, smuovere”. Le esperienze di premorte ci hanno “smosso” inducendo in noi l’interesse per ciò che esse ci lasciano intravedere. Stiamo parlando della ricerca di prove a sostegno della possibilità di una qualche forma di sopravvivenza della nostra individuale essenza dopo la morte. La sopravvivenza della nostra coscienza. È naturale quindi che l’indagine su esse abbia poi spostato il focus sulla coscienza e su ciò che essa è (o “dovrebbe” essere).
Noi non volevamo, e forse nemmeno ora vogliamo sapere “soltanto” cos’è la coscienza. Noi vogliamo qualcosa di più pregnante per noi. Tu e io vogliamo sapere se esistiamo e se un qualcosa che percepiamo come “sé stesso” soppravviverà al corpo che sentiamo appartenerci e che ci forma. Tu e io vogliamo sapere se un qualcosa di ciò che ci rende ciò che siamo, ammesso e non concesso che ci sia, sopravviverà al di là della materia che sentiamo come nostra o come parte di noi. In tal senso, non ci soddisferà pienamente un qualche appello al legame che si installa con il DNA o attraverso la materia. Potremmo parlare di metempsicosi; potremmo filosofeggiare nel senso più alto del termine sull’eterno ritorno, oppure su quant’altro di estremamente suggestivo riguardante “l’anima” e “la materia”. Potremmo parlare di qualsiasi argomento che ci faccia vibrare i meandri più arcaici del nostro cervelletto e/o quelli più recenti della nostra corteccia cerebrale. Ma al di là del passeggero piacere, avremmo solo la certezza che non ci siamo minimamente avvicinati alla risposta che cerchiamo.
Te l’ho detto: per noi che viviamo nel 2025, una risposta per essere apparentemente soddisfacente deve seguire una determinata procedura che faccia riferimento ad un metodo scientifico. Siamo dei San Tommaso orgogliosi di esserlo. Siamo abituati a domandarci per avere delle risposte non solo razionali ma anche e soprattutto “scientifiche”. Altrimenti nessuna di esse ci soddisferà pienamente. In maniera completa forse non soddisfa nulla se non l’ebrezza che ogni tanto fa vibrare il nostro essere (compresi cervelletto e corteccia), ma in quel caso, in quei fugaci momenti, la soddisfazione che ci è data come “intuitiva” e cerebralmente irrazionale, non può essere poi toccata nuovamente. Motivo per cui al di fuori di quegli attimi di ebbrezza, di quelle a posteriori apparenti percezioni irrazionali, ci rimangono sensazioni incomprensibili con nessun retrogusto di risposta. Percezioni che si possono godere solo al presente e che ci paiono poi come illusorie, poco comprensibili e dall’effimero valore. Ben lungi quindi dal poter essere considerate solide basi del nostro agire futuro. Sebbene si possa andare a motivare razionalmente quegli attimi in cui ci ha colto una effimera ebrezza, il ricordo di quegli attimi non ci soddisferà in tutti i successivi altri attimi presenti che ad essi si succederanno. Sono sensazioni che a posteriori ci paiono non soddisfacenti in quanto non rispondono ad un quadro di lettura scientifica. Sono lontane dal nostro “brodo” sociale.
Come si diceva, il nostro iniziale e principale interesse è mosso dal domandarci se qualcosa di noi sopravviverà dopo la morte e se quindi le esperienze di premorte possano essere indizi di ciò che avverrà. Da qui si arriva ben presto al domandarci intorno alla coscienza e ad indagarla in modo scientifico. Questa indagine sarà quindi un dialogo tra la ricerca “popolare” sulla vita dopo la morte (le esperienze di premorte) e la ricerca scientifica sulla coscienza. Quello che però è bene sottolineare è che la questione popolare non va sminuita, al massimo va chiarita. Si tenga in considerazione che se tutti (o la maggioranza) hanno interesse per un qualcosa, allora una qualche motivazione profonda pur ci sarà. Prendete per esempio il sesso. Un film con qualche scena erotica ha una maggiore cassa di risonanza e suscita istintivamente un interesse maggiore su un più ampio audience. Possiamo certamente dire che l’istinto non è sempre positivo, ma se c’è ci sarà un motivo. Il sesso lo si può vedere in tanti modi, come pornografia o come esigenza intimamente connaturata ad un essere vivente. Un’esigenza esperita dall’evoluzione, la quale esplica l’immane potenza di voglia di vita-agire di ciò che emerse come essere (inteso sia come essere vivente-senziente, ma ancor più, io credo, come esistente). L’evoluzione è un concetto strano a cui recentemente ci si appella come ad una qualche entità personalizzata. Ad ogni modo, se un qualcosa è banale attira tanti; ma se attira tanti ci sarà un motivo ben profondo e radicato. La banalità come la parte “visibile” di forze titaniche e magmatiche a noi nascoste.
La ricerca sulle esperienze di premorte e sulla coscienza si collegano tra loro diversamente a seconda del ritenere la coscienza collegata o meno al cervello. La prima tendenza si è in genere affermata in ambito scientifico; la seconda ha poche valenze scientifiche ma tanto interesse “popolare” che suona come una individuale esigenza o speranza. Se il concepire la coscienza come un qualcosa di totalmente separata dal cervello sia più una speranza a cui il nostro percepirci come io si appella, o se sia una necessaria esigenza di un qualcosa che effettivamente può sussistere come un io scisso dal cervello, o se semplicemente si tratta di un non-problema, è questione che potrebbe trovare risposta in quello che Heidegger definiva come l’unico momento che realmente ci appartiene: la nostra morte.
Con questa indagine noi arriviamo proprio fin là, e là ci fermeremo. Il limite geografico che ci poniamo è quella zona di confine della morte dell’essere umano. Ma bisogna tener conto che a quel “luogo” noi ci avviciniamo provenendo dalla parte dei vivi-senzienti che percepiscono una coscienza che si appresta a morire. Da questa percepita traiettoria e in quella zona prossimale alla morte noi indagheremo sulle esperienze di premorte e sulla coscienza.

Riassumendo, le questioni sono connesse e per indagarle bisogna oggigiorno apportare un’analisi tecnico-scientifica. D’altro canto si affronta una questione tecnico-scientifica perché solitamente vi è alla base un interesse popolare ben diffuso al di là della ristretta cerchia dei ricercatori. Protagora diceva, almeno così ci hanno tramandato, che l’uomo è misura di ogni cosa. Noi possiamo aggiungere una postilla: l’uomo è misura di ogni cosa tranne probabilmente di sé stesso. Allo stato attuale è difficile definire la misura di sé stesso, cosa che ci rimanda al metodo scientifico ed alla ricerca di una appropriata unità di misura. Proveremo ad indagarla assieme ai concetti ed agli oggetti attinenti, attraverso la rigorosità basata sull’approccio scientifico e attraverso la leggerezza con cui un bambino gioca solitario in un dato ambiente. In questi ambiti non sono un tecnico, lo sono per tanti altri, ma come te vivo ed entrambi, io e te, siamo punti di vista privilegiati e significativi di ciò che ci circonda. Al pari di ogni altro essere umano. Siamo “mossi” da e verso questi argomenti che ci muovono come paesaggi alpini sotto un cielo terso. Come lo scorrere delle nostre dita sulla pelle di chi amiamo. Come il Sole all’alba, lontano al di là del mare. Non ti parlerò dell’io se non di sfuggita e per disattenzione. Ma tu assimilerai alla maniera di una piuma che si poggia a terra senza sapere che si è poggiata. Come d’altronde avviene tutti i giorni riguardo la coscienza. Nel caso alcune parti non ti fossero del tutto comprensibili, le potrai rileggere senza l’assillo di una comprensione forzata. Ciò non intaccherrà l’idea generale che pur avrai. Come gli eventi quotidiani che attraversi ogni giorno. Anche se non li comprendi, essi si depositano in te e allo stesso tempo li lasci in “giro”. I “può darsi” e i “forse” sono sempre di grande aiuto davanti a insondabili precipizi.
C’è un documentario prodotto dalla fotografa Lara Peviani che riporta delle interviste ad alcune persone che hanno avuto queste esperienze di premorte. Una raccolta di esperienze caricato in rete in data 8 giugno 2017 e visibile sul canale youtube a: https://www.youtube.com/watch?v=r0flr8aZo7A . La stessa autrice ha un sito incentrato su questo documentario: https://www.ndedocumentario.it/ . Lara Peviani è una fotografa e videomaker di Casalpusterlengo in prov. Lodi.
Queste che seguono sono in sintesi le interviste-casi studio raccolte nel documentario:
In questi ambiti si cita sempre il mito di Er come un’ancestrale indiretta testimonianza dell’esperienze di premorte. Lo si cita così così come lo riporta Platone nella sua opera più nota, La Repubblica. In quell’opera, il mito di Er compare a conclusione dell’ultimo libro. Una posizione che lo pone ancor più al centro dell’escatologia platonica. Nell’ambito della cultura greca non è un mito a sé stante. Così come d’altronde Platone non è un autore totalmente in contrasto con la cultura in cui nasce e sboccia. Il suo contenuto si riallaccia in maniera rilevante alla “mitologia” orfica e pitagorica della metempsicosi e a quei relativi mondi esoterici a essi connessi. Allo stesso tempo però “contiene anche l’affermazione di una nuova responsabilità morale nei confronti del proprio destino dopo la morte, concetto questo in parte estraneo alla concezione tradizionale greca della vita e della morte.” ( https://it.wikipedia.org/wiki/Mito_di_Er ) Questo mito potrebbe anche essere considerato come la prima vera esperienza di premorte storicamente attestata. È infatti il resoconto di un soldato, Er per l’appunto, creduto morto e che si risveglia sulla pira funebre proprio poco prima che viene data alle fiamme. Ridestato racconta ciò che ha visto. Il racconto è ovviamente un monito per i vivi. Certo, il mito in Platone ha tutt’altra funzione da quella del presentare-esporre in maniera “scientifica” questa particolare esperienza. Si tratta di un “racconto” rivolto agli uomini e per gli uomini. Un racconto che gli uomini debbano decifrare. Allo stesso tempo dà delle indicazione ai “vivi”. Motivo per cui non può essere ovviamente l’esatto racconto riportato da un individuo che abbia sperimentato un’esperienza di premorte. Troppo analitico per esserlo. Ma la base di tale mito potrebbe essere stata davvero un racconto di premorte. Ciò è assai verosimile.
Il mito di Er è assai affascinante per l’intreccio che presenta tra libertà e necessità; tra cultura greca e futura cultura cristiana che proprio sul platonismo tanto si appoggia. Per il racconto vero e proprio vi rimando alla relativa voce di wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Mito_di_Er




INDICE

Il cervello: uno strumento che cerca di capire sé stesso? Lo scrigno di un qualche cosa? La base dello schioccare di una scintilla che poi si è sparsa e diffusa? La sede dell’organizzazione che si è casualmente data a sé stessa e che ha trovato motivo di esistere nella sua opposizione al disordine? La sede privilegiata dello scontro tra ordine e disordine? Tra organizzazione ed entropia?

Tanti punti di vista. Tante domande. Qualche risposta ma mai alle domande che ci si pone.
Di certo riguardo ad interventi che riguardano la coscienza ne troverete davvero “a iosa” e di tanti e differenti punti di vista:
In riferimento alla coscienza, e nel discutere del cervello, gli scienziati si dividono in due grosse “fazioni” (una semplificazione per cui gli specialisti del settore mi metterebbero davanti ad un plotone d’esecuzione, ma che d’altronde nella sua sinteticità è anche condivisibile): olisti e locazionisti.

Secondo gli olisti la coscienza è generata dall’intera massa del cervello: poco meno di 1,5 kg, circa 170 miliardi di cellule di cui più o meno la metà sono cellule nervose. I locazionisti affermano invece che specifici circuiti neurali sono responsabili di funzioni specifiche, coscienza compresa. I neuroanatomisti hanno individuato un’area delimitata, il tronco cerebrale, che ci protegge dal cadere in coma o in condizioni di letargia. Per lo meno in genere. Certe aree superficiali della parte posteriore del cervello, poi, sono necessarie per generare immagini mentali e altre specifiche esperienze consce. Per questo i “locazionisti” pongono maggiore enfasi in determinate aree del cervello.

Questo è dovuto anche a studi assodati in campo medico. Studi che collegano specifici e permanenti danni cerebrali a mutamenti della personalità di questi stessi individui. La relazione tra particolari lesioni del cervello e il cambiamento della personalità è ormai un dato di fatto assodato fin dagli studi di Harlow e del caso emblematico di Phineas Gage (vedere a titolo di veloce esempio: https://www.stateofmind.it/2018/11/disturbi-comportamentali-lesioni-frontali/ ). Ciò porterebbe ad escludere l’ipotesi che l’anima/coscienza possa sussistere in maniera del tutto indipendente da quel determinato cervello/organismo vivente (al netto di trovare ben chiara e delimitata una definizione condivisa di anima). A meno che non pensiamo all’anima/coscienza come un cumulo di memorie “registrate” che si possono trasferire da un “hardware” ad un “altro”. Una visione forse semplicistica e troppo legata alla tecnologia del nostro specifico mondo; una visione che a parere mio non rispecchia l’idea dei sostenitori di una “coscienza onniscente” scissa dal corpo. Forse il “prezzo” da pagare per “l’unione con una coscienza onnicomprensiva post-mortem” è proprio il dissolversi della nostra singolarità. Diciamo che ciò ci porterebbe a credere che pensare quindi che l’anima-coscienza possa sussistere in maniera del tutto indipendente da uno specifico cervello è affermazione assai ardua da provare. Se così fosse non saprei come potrebbe essere percepita dal singolo individuo (ma ciò non vuol dire che non possa così essere). È come parlare di una goccia d’acqua che non può percepirsi come goccia d’acqua all’interno del mare. Figura metaforica ben nota a tutti.
Ma parlare in questi termini è forse in netto contrasto (sebbene i contrasti sono il lato “vivo” e piacevole della nostra vita) con un mondo che procede a studiare il legame tra coscienza e cervello in maniera ben più “sperimentale”. E nell’ambito dialettico con cui tendiamo a procedere come specie, è pertinente un esperimento/studio scientifico.
L’esperimento è quello condotto da un gruppo di ricercatori della Yale University guidato dal prof. Nenad Sestan. Costoro sarebbero riusciti a ripristinare alcune attività metaboliche in cervelli di maiali morti da quattro ore e “staccati” dal resto del corpo. Un risultato che potrebbe cambiare il campo delle neuroscienze. Certo, tra le “funzioni” riattivate in questi cervelli di maiali morti non vi sono quelle riconducibili a ciò che potremmo chiamare “coscienza”, ovvero non è stato possibile “rianimare” il maiale. Nessuna consapevolezza riguardo a cosa siamo né tanto meno la capacità di provare dolore. Ma studi del genere potrebbero essere dei possibili apripista prolifici di altri risvolti.
Io qua non voglio esprimere un’opinione che vi parli di una “verità”. Le verità nel mondo degli uomini sono limitate al contesto sociale, temporale, fisico. Siamo il cumulo degli eventi che cerca di vivere e per questo spinge, si materializza. Un cumulo di eventi che si condensa nella materia ed in idee.
Leonardo Massi
Le esperienze di premorte investigate principalmente attraverso una parallela indagine su cosa è la coscienza e su quanto la coscienza potrebbe essere collegata alla nostra essenza (individuale, di specie, di uno) la trovate nel seguente volume:

Esperienze di premorte, Coscienza, Eventi (su Amazon)
Esperienze di premorte, Coscienza, Eventi (su Feltrinelli)
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Esperienze di premorte, Coscienza, Eventi (su Libreria Universitaria)
